Monthly Archives: October 2013



L’effetto Papa Francesco sul turismo romano. Tour cattolici a Roma

Papa Francesco ha “infiammato” il turismo a Roma, dandogli una bella scossa. Del fatto si sono “accorti” in questi giorni i più autorevoli giornali stranieri.

Ci voleva un papa per risollevare il turismo romano? Probabilmente sì, a sentire i titoli e gli articoli dei più autorevoli giornali stranieri che dedicano spazio all’argomento in questa settimana.

Nella Capitale infatti, c’è stato un incremento dei visitatori stranieri di oltre il 6 per cento quest’anno. Ma il dato, se riferito ai soli visitatori che provengono dall’America Latina (viste le origini di Bergoglio) salgono al 20 per cento.

Ma ancora più eclatante il dato riguardante chi proviene dall’Argentina, terra natale del Pontefice – arrivano a toccare addirittura un incremento del 66 per cento, come riporta il Washington post.

Non sembra tuttavia che il fatto abbia un impatto così forte da un punto di vista economico, visto che i turisti latinoamericani in media spendono meno rispetto a quelli provenienti da altre parti del mondo. Scelgono ad esempio, come riporta il Telegraph, hotel più economici e in genere soggiornano nei dintorni della Capitale.

La notizia dà spunto poi a diverse altre testate per proporre dei giri turistici su “misura” per famiglie cattoliche che colgano l’occasione di visitare Roma proprio per vedere dal vivo il pontefice.

Ad esempio il Daily mail propone un giro in bicicletta per tutti a Villa Borghese, il 4D Time elevator (che piace ai più piccoli) oltre a una visita alla Cappella sistina. Tour piuttosto tradizionale, ma il turismo “cattolico” della Capitale sembra diventare sempre più una moda. Almeno fra i fedeli Doc. Ne riparleremo.

L'effetto Papa Francesco sul turismo romano. Tour cattolici a Roma é stato pubblicato su 06blog.it alle 18:00 di giovedì 31 ottobre 2013. Leggete le condizioni di utilizzo del feed.










Scontri a Roma a via del Tritone

Scontri al centro di Roma durante la manifestazione dei movimenti per la casa. Alcuni attivisti hanno assaltato un blindato delle forze dell’ordine in via del Tritone, dove si erano piazzate le camionette di Polizia e Carabinieri.

Gli attivisti della manifestazione hanno prima provato a sfondare il blocco della forze dell’ordine, quindi hanno indietreggiato utilizzando cassonetti e transenne come barricate spruzzando spray urticante contro gli agenti in via del Tritone.

Le forze dell’ordine, per disperdere i manifestanti ed allentare la pressione contro il cordone, hanno risposto con i lacrimogeni. Alcuni manifestanti sono stati fermati per gli scontri. 6 i feriti. Prima degli scontri in via del Tritone c’era stato un lancio di fumogeni e uova contro un blindato della polizia in una strada limitrofa al Parlamento.

Tensione in tutta la zona. Elicotteri in aria. Quattro carabinieri e una manifestante sono stati portati all’ospedale Santo Spirito mentre un’altra manifestante all’Umberto I. Una decina di persone, soprattutto delle forze dell’ordine, sono state medicate sul posto. Gli operatori del 118 sono intervenuti rapidamente nonostante le difficoltà per l’improvviso scatenarsi delle tensioni.

Scontri a Roma a via del Tritone é stato pubblicato su 06blog.it alle 15:37 di giovedì 31 ottobre 2013. Leggete le condizioni di utilizzo del feed.










Fantasmi di Roma: Beatrice Cenci

Non serve la notte delle streghe per riportare in vita lo spirito errante di Beatrice Cenci, che storia e leggenda di Roma lasciano vagare da secoli nei luoghi del suo supplizio.

“Scocca la mezzanotte. Un’eterea figura femminile passeggia lungo Ponte Sant’Angelo. Si affaccia sul fiume Tevere, poi torna a camminare silenziosamente. Fra le candide mani tiene la sua testa, recisa dal corpo molti secoli or sono.”

Per ogni animo sensibile alle ombre generate dalla luce, le presenze impalpabili, e le suggestioni che persistono alla ragione, Roma custodisce i fantasmi dei suoi figli martoriati dalla violenza degli uomini e la crudeltà di chi avrebbe dovuto punirli.

Figli della storia e del folclore locale che si aggirano da secoli tra le vecchie pietre e i crimini immondi della città eterna, come la bella Beatrice Cenci, vittima e carnefice di un padre dissoluto, trasformata in eroina popolare dai macabri eventi che ne hanno segnato il destino, insieme a quello della sua nobile e potente famiglia romana, stroncata da morte violenta alla fine del cinquecento.

Una storia di sevizie, subite per anni dal dissoluto genitore ucciso dalla disperazione, e dai fautori della legge a caccia di una giustizia deprecabile per la rea confessa, culminate nella decapitazione sulla piazza di Ponte S.Angelo, che sembrano averne condannato l’anima a vagare per l’eternità, e il fantasma a tornare nei luoghi che non hanno mai smesso di grondare sangue innocente.

La storia della beltà e giovinezza di Beatrice, della perversioni crudeli e incestuose del padre, la vendetta dei fratelli, il supplizio finale, riportata sui libri di scuola, narrata da storici e artisti, dalle pagine della tragedia di Percy Bysshe Shelley (The Cenci, 1819), o di quella di Antonin Artaud (Les Cenci, 1935) che preparano il Teatro della Crudeltà di un genio folle, e hanno ispirato le scene cinematografiche di artigiani del macabro come Lucio Fulci (1969), e prima ancora Mario Bava (1956) o Riccardo Freda (1956). (video subito a seguire).

La stessa memoria del processo e della condanna della parricida Beatrice Cenci, che sembra aver ispirato il presunto ritratto di Beatrice attribuito a Guido Reni o ai suoi allievi, forse Elisabetta Sirani, conservato nella Galleria nazionale d’arte antica di Palazzo Barberini, ma anche quello di Santa Caterina d’Alessandria dipinto da Caravaggio.

Di antica origine medievale, con non poche connessioni con la corte pontificia e ricchezze accumulate da Monsignor Cristoforo, nonno di Beatrice, la famiglia Cenci fece le spese dell’indole spregevole del figlio, il conte Francesco Cenci.

Il padre di dodici figli avuti da una Santacroce, di cui solo cinque vivi, e dei giovani Giacomo, Bernardo e Beatrice costretti a vivere nel palazzo romano del quartiere Regola, con Lucrezia Petroni, vedova sposata da Francesco in seconda nozze (già madre di una figlia uccisa dal padre di Beatrice), alla mercé degli abusi di un genitore con i mezzi per corrompere i giudici di ben tre processi subiti per i suoi “amori” spregevoli, fra cui uno per sodomia nei confronti dei figli di un rigattiere.
 
Ripetute angherie per la giovane Beatrice tornata in famiglia, segregata, percossa e violentata dal padre davanti agli occhi della matrigna, per la giovane signora di stirpe nobile, nata a Roma il 6 febbraio 1577 da Ersilia Santacroce, dopo la morta della madre, crescita dalla monache francescane del Monastero di Santa Croce a Montecitorio, dai sette ai quindici anni, ma dall’infanzia comunque turbata

“… Quando ero bambina, ogni notte facevo lo stesso sogno. Sono nuda in una stanza immensa e una bestia respira, respira, non smette di respirare. Mi accorgo che il mio corpo splende. Vorrei fuggire, ma devo nascondere il mio corpo nudo. Si apre allora una porta. E all’improvviso, scopro di non essere sola. No! Insieme con la bestia che mi respira a fianco, sembra che altre cose respirino; e d’un tratto vedo brulicare ai miei piedi un ammasso di cose immonde. E anch’esse sono affamate. Comincio a correre senza fermarmi per cercare di ritrovare la luce. La bestia, che incalza, mi insegue di grotta in grotta, me la sento addosso, ha fame, tanta fame…” 

Un orrore continuo fatto oggetto nei dettagli anche di una lettera inviata al Papa, mai giunto a destinazione, che peggiorò con la segregazione nel castello di Petrella Salto, in Abruzzo, sotto la sorveglianza del giovane Olimpio, del quale a quanto pare Beatrice divenne amante.

Una prigionia esasperante, punita con percosse ad ogni tentativo di liberarsene, che peggiorò quando il padre Francesco, malato di rogna e di gotta, rissoso, violento e spesso in contrasto con la giustizia, per sfuggirne alla legge e i creditori, si vide costretto a ritirarsi nella Rocca di Petrella Salto, portando con sé i figli minori Bernardo e Paolo.

Un ritiro che non impedì al manigoldo di invaghirsi di Annetta Riparella, una fanciulla del vicino paese di Vittiana che fece rapire e uccidere in seguito al violento rifiuto ricevuto, riuscendo anche a sfuggire alla vendetta di Marzio da Fioran detto il Catalano, amante della donna e capo brigante del luogo.

Quel che sappiamo da un mix di storia e ipotesi, dipinge la giovane Beatrice esasperata dai violenti abusi (sessuali) paterni, rea dell’omicidio con la complicità della matrigna Lucrezia, dei fratelli Giacomo e Bernardo, del castellano Olimpio Calvetti, e del maniscalco Marzio il Catalano, dopo un paio di tentativi non andati a buon fine con il veleno e un’imboscata di briganti locali.

Al terzo tentativo, la notte del 10 settembre 1598, Giacomo procura a Beatrice un forte dose di Oppio mescolato ad una bevanda (probabilmente il vino) del padre, e si presume che ad accanirsi sul corpo stordito, furono Marzio spezzandogli le gambe con un matterello, Olimpio, e forse lo stesso Giacomo, trafiggendo con un chiodo il cranio ed la gola, e precipitano il cadavere dalla balaustra per simulare un incidente.

Il 9 settembre 1598 il corpo di Francesco fu trovato in un orto ai piedi della Rocca. Dopo le esequie il conte fu sepolto in fretta nella locale chiesa di Santa Maria. I familiari, che non parteciparono alle cerimonie funebri, lasciarono il castello e tornarono a Roma nella dimora di famiglia, Palazzo Cenci, nei pressi del Ghetto.

Voci e sospetti, alimentati dalla fama sinistra del conte e dagli odi che aveva suscitato nei suoi congiunti, indussero le autorità ad indagare sul reale svolgimento dei fatti, con l’inchiesta voluta dal duca Marzio Colonna, feudatario di Petrella, e dal viceré del Regno di Napoli Don Enrico di Gusman, conte di Olivares, e quella del pontefice Clemente VIII, che riesumata la salma, esclusa la caduta come possibile causa delle lesioni, e interrogata la lavandaia che aveva ricevuto le lenzuola intrise di sangue del padre da Beatrice, imprigionò, torturò e uccise tutti i congiurati.

Olimpio Calvetti, minacciato di tormenti, rivelò il complotto, ma anche se riuscì a fuggire, morì per mano di monsignor Mario Guerra, per evitare che questi confessasse il delitto. Marzio da Fioran confessò sotto tortura, ma messo a confronto con Beatrice ritrattò e morì poco dopo per le ferite subite. Giacomo e Bernardo confessarono e vennero rinchiusi nel carcere di Tordinona, mentre Beatrice, dopo aver negato ostinatamente ogni coinvolgimento, indicando Olimpio come unico colpevole, ammise il delitto in seguito al supplizio della tortura della corda (protagonista della scena tratta dalla trasposizione cinematografica girata da Lucio Fulci), e finì con la matrigna Lucrezia in quello di Corte Savella (Beatrice Cenci in prigione Quadro di Achille Leonardi, XIX secolo, nella foto).

“Io e mia madre demmo a mio padre dell’oppio, per addormentarlo. Poi arrivarono due uomini[…] Li conducemmo nella stanza di mio padre che dormiva e li lasciammo. Ma loro poco dopo uscirono, non avevano il coraggio, erano presi da pietà… dissero che era una azione bassa e ignobile. Così dissi loro: “[…] lo farò io stessa!” Allora rientrarono nella stanza e questa volta io e mia madre li seguimmo. Uno di loro aveva un grosso chiodo che pose in verticale sull’occhio di mio padre; l’altro con un martello gli fece entrare il chiodo nella testa. Poi, nello stesso modo, gli piantarono un altro chiodo nella gola. Il corpo di mio padre tremava tutto. Quanto sangue usciva… Strano che un corpo mostruoso possa tenere tutto quel sangue…
[…] io e mia madre tirammo fuori il chiodo dalla testa e il chiodo dalla gola, avvolgemmo il corpo in un lenzuolo e lo gettammo in un giardino. […] Io non rimpiango nulla. Ho fatto ciò che dovevo fare”.

Nonostante le richieste di clemenza inoltrate da cardinali e difensori, Clemente VIII, deciso a dare un severo ammonimento ai ripetuti episodi di violenza (oltre a distruggere una famiglia ricca e non amata, confiscando loro la vita insieme ai beni terreni) le respinse, condannando alla decapitazione Beatrice e Lucrezia, Giacomo allo squartamento, dopo essere stato seviziato durante il tragitto con tenaglie roventi e mazzolato, Bernardo, complice di non aver svelato il complotto, condannato ai remi perpetui sulle galere pontificie, e obbligato ad assistere all’esecuzione dei congiunti legato a una sedia.

“GIUDICE: Hai commesso un delitto orribile.
BEATRICE: Ho scelto la giustizia da me stessa.
GIUDICE: Che Dio abbia pietà di te. Domani verrai condotta a morte.
BEATRICE: Urla interminabili mi inseguiranno. Non voglio morire… Chi mi potrà garantire che laggiù non ritroverò mio padre!”

Beatrice Cenci fu giustiziata sulla piazza di Ponte Sant’Angelo l’11 settembre 1577, al cospetto di una folla che contava Caravaggio e il pittore Orazio Gentileschi con la figlioletta Artemisia, tra le proteste del popolo di Roma che l’aveva già resa un’eroina, vittima della violenza paterna e della cupidigia del papa, durante il processo, il trasferimento dal carcere di Corte Sabella, dietro piazza Navona, al luogo dell’esecuzione, e nelle 6 ore del supplizio.

“ce fu buriana forta… Tutto er popolo voleva pe’ forza sarvà la bella Cenci, e si nun fossino stati li sordati je sarebbe ariuscito” (Giggi Zanazzo).

Alcuni dettagli relativi ai momenti cruciali dell’esecuzione di Lucrezia Petroni sono nelle “Memorie romanzate di Giambattista Bugatti” detto Mastro Titta, boia dello Stato Pontificio dal 1796 al 1864, mentre un testo ottocentesco riporta i fatti che, subito dopo la decapitazione della matrigna, riguardarono Beatrice.

    « Vennero frattanto altre soldatesche dal lato di Castel S. Angiolo, ed aumentata la forza armata intorno al patibolo, si proseguì il corso della giustizia, quando si vide un poco calmato il tumulto della folla. Beatrice genuflessa nella cappella era talmente assorta nella sua preghiera che non fece attenzione al rumore ed alle grida; soltanto si riscosse quando lo stendardo entrò nella cappella per precederla al supplizio. Si alzò, e con la vivacità di una sorpresa domandò: — La mia signora madre è veramente morta? — Le fu risposto affermativamente, ed ella gettatasi ai piedi del Crocifisso pregò con fervore per l’anima di lei. Poi parlò ad alta voce e lunga pezza col Crocifisso dicendo cose troppo non connesse, e finì con esclamare: — Signore tu mi chiami ed io di buona voglia ti seguo, perché so di meritare la tua misericordia.
    Si accostò al fratello, lo baciò in fronte, e con un sorriso d’amore gli disse: — Non ti accorare per me, saremo felici in cielo, poiché ti ho perdonato. Giacomo svenne. La sorella, volgendosi agli sgherri: – andiamo – disse, e franca si avanzava alla porta, ma il carnefice le si fece avanti con una corda, e pareva che temesse di avvolgere con essa quel corpo. […] Appena Lo stendardo uscì dalla cappella, e che la meschina accompagnata da due cappuccini arrivò al pié del palco, un subito silenzio fece credere deserto quel luogo per lo avanti sì rumoroso. Tutti volevano sentire se articolava qualche parola, e con gli occhi a lei rivolti, e con bocche aperte pareva che pendesse dalle di lei labbra la loro esistenza. Beatrice al pie’ del palco, baciò il Crocifisso, fu benedetta dal frate; e lasciate le pianelle, salita destramente la scala, lentissima arrivò al fatale ceppo, niuno si avvide della pronta mossa che gli fece scavalcare la panca che aveva cagionato tanto ribrezzo alla Petroni; si collocò perfettamente da se inibendo con uno sguardo fiero al carnefice di toccarla per levarle il velo dal collo, che da se stessa gettò sul tavolato. Ad alta voce invocava Gasù e Maria attendendo il colpo fatale, passò però in questa orribile situazione alcuni istanti, perché il carnefice intimorito si trovò impacciato a vibrarle la mannaia. Un grido universale lo imprecava, ma frattanto il capo della vergine fu mostrato staccato dal busto, ed il corpo s’agitò con violenza. Il misero Bernardo Cenci costretto ad esser testimone del supplizio di sua sorella cadde svenuto, e per lunga mezz’ora non poté essere richiamato ai sensi. La testa di Beatrice fu involta in un velo come quella della matrigna, e posta in lato del palco; il corpo nel calarlo cadde in terra con gran colpo, perché si sciolse dalla corda […]”» Beatrice Cenci: Romana storia del secolo XVI“, Roma, 1849)

La salma della giovane, coperta di rose bianche, e portata dal popolo in processione notturna sino alla chiesa di San Pietro in Montorio alle pendici del Gianicolo (seguendo le volontà lasciate da Beatrice prima di morire), venne sepolta in un loculo davanti all’altare maggiore della chiesa, con la testa posata su un piatto d’argento, sotto una lapide priva di nome, secondo le norme previste per i giustiziati a morte.

Una meta di pellegrinaggi ancora oggi, per questa martire di un’epoca crudele con l’anima intrappolata nelle maglie della storia e delle suggestioni

“ Nessun giudice potrà restituirmi l’anima. La mia unica colpa è di essere nata! […] Io sono come morta e la mia anima … non riesce a liberarsi.”

Un’anima che la leggenda lascia vagare laddove il suo corpo terreno trovò tormento e una tragica morte, sugli spalti della Rocca di Petrella Salto e sugli spalti di Castel S.Angelo, e in parecchi giurerebbero di averla avvistata ogni sera dell’11 settembre, da quel tragico e sanguinario 1577.

Per gli appassionati di cimeli, il Mu.Cri – Museo Criminologico di Roma (via del Gonfalone, 29) custodisce tra le altre cose la “spada di giustizia” risalente al XVI secolo, con una lama lunga 101 cm e larga 5 nella sommità e 7 verso la base, e l’impugnatura in legno di 39 cm, con molta probabilità quella che decapitò Beatrice Cenci e Lucrezia Petroni, rinvenuta nel greto del fiume durante i lavori di scavo eseguiti nell’ultimo decennio dell’Ottocento, per l’incanalamento del Tevere, nel punto in cui si ergeva il palco delle esecuzioni capitali e da cui si accedeva ai magazzini che custodivano gli “attrezzi” del mestiere del boia.

Chi preferisce una bella passeggiata romana alla volta di spettri ed anime inquiete come quella di Beatrice, può invece approfittare delle visite guidate da esperti, approfittando del calendario aggiornato di Associazioni come Roma Sparita, Genti e Paesi, o gli Amici di Roma.

Foto 1 | Wikipedia
Foto 2 | Wikipedia

Fantasmi di Roma: Beatrice Cenci é stato pubblicato su 06blog.it alle 13:24 di giovedì 31 ottobre 2013. Leggete le condizioni di utilizzo del feed.










Una passeggiata nelle memorie

Il cimitero monumentale del Verano, il cui progetto iniziale si deve a Giuseppe Valadier,  è il luogo romano che quasi tutti i romani collegano alla memoria dei defunti.  Al suo interno riposano attori e registi famosi, poeti  che in dialetto romanesco hanno  raccontato la città, pittori e architetti. Passeggiare nei suoi viali significa ripercorrere spezzoni della storia grande e piccola della città e del paese tutto.

Ma il Verano non è il solo luogo in cui  si  può esercitare la memoria, e  sentire emotivamente la presenza di chi ha lasciato tracce,  che possiamo definire indelebili, nella storia  del luogo chiamato Italia.

 

Partiamo dal Pantheon.  Alcuni regnanti Savoia, Vittorio Emanuele II e Umberto I, riposano nella grande sala. Ma anche il sommo pittore Raffaello Sanzio è sepolto al Pantheon, insieme al pittore Annibale Carracci (1560 – 1609)  e all’architetto e pittore Baldassare Peruzzi (1481 – 1536).Poche centinaia di metri separano il Pantheon dalla chiesa di Santa Maria Sopra Minerva. Vicino all’altare maggiore si trova la lastra tombale del pittore Beato Angelico (1395 – 1455); il bassorilievo della lastra, scolpito nel medesimo anno della morte dell’artista, è l’unica raffigurazione fedele dell’artista. Nella stessa chiesa è sepolto l’umanista Pietro Bembo  (1470 – 1547), uno dei primi studiosi della lingua e della grammatica italiana.

 

La scenografia della Roma Barocca si deve a due geniali architetti: Gian Lorenzo Bernini (1598 – 1680)  e Borromini (1599 – 1667) : il primo è sepolto nella Basilica di Santa Maria Maggiore nella semplice tomba di famiglia, su cui si legge l’iscrizione “la nobile famiglia Bernini qui aspetta la Resurrezione;  la tomba del secondo si trova nella chiesa di San Giovanni de’ Fiorentini: una lapide semplice e scarna, senza altre parole che il nome.

 

La fama di Giovan Battista Piranesi  (1720 – 1778) è legata alle incisioni, genialmente visionarie, che celebrano la magnificenza della città di Roma. L’artista è sepolto nella chiesa, da lui progettata, di Santa Maria del Priorato all’Aventino.

 

La chiesa di San Francesco a Ripa, a Trastevere, accoglie le spoglie del pittore Giorgio De Chirico (1888 – 1978). Nella saletta si possono ammirare tre dipinti dell’artista, tra cui la “Caduta di Cristo sotto il peso della Croce”, ritenuto uno dei lavori di carattere sacro più importanti dell’artista.

 

Concludiamo il nostro breve viaggio al Cimitero acattolico di Roma, detto anche “degli stranieri” oppure “degli inglesi”. Sorge fra Porta San Paolo e Testaccio. La legislazione dello Stato pontificio stabiliva che nessun acattolico poteva essere seppellito in chiesa o in terra benedetta; le sepolture dovevano avvenire di notte, per non suscitare forme di fanatismo e avversione. Il cimitero, dapprima su terreni aperti, venne, mano a mano, recintato da mura. La prima sepoltura, probabilmente uno studente inglese, viene datata 1738. Il luogo è suggestivo, immerso nel silenzio. Nei suoi vialetti,  dove tra le altre si scorgono le tombe dei poeti inglesi Percy Bysshe Shelley e John Keats, riposano due fra i più notevoli rappresentanti del marxismo italiano: il filosofo Antonio Labriola (1843 – 1904) e il rivoluzionario Antonio Gramsci (1904 – 1937). E riposa anche il lombardo Carlo Emilio Gadda (1893 – 1973), scrittore che con il romanzo “Quer pasticciaccio brutto de via Merulana” (1957) ha  fornito una delle più vivide immagini della Roma novecentesca.



Ostia: Faber Beach sotto sequestro

Sequestrato il Faber Beach di Ostia per bancarotta fraudolenta da 8 milioni. Quattro indagati. I locali in gestione giudiziaria.

Ad Ostia, il mare di Roma, non c’è pace. Le brutte storie si susseguono. “Uno snodo finanziario dove si incrociano i destini di tanti gruppi criminali”. Ecco una nuova pagina. Il Faber Beach, famoso stabilimento del litorale, dichiara fallimento, ma in realtà i gestori avrebbero occultato fondi per 8 milioni.

Ora è sotto i sigilli della Guardia di Finanza. Il debito di oltre 8,3 milioni di euro era quasi interamente riconducibile ad imposte e contributi non versati al fisco. Il sospetto è che la società fosse stata deliberatamente avviata al dissesto finanziario.

Una “bancarotta programmata” insomma. I quattro responsabili, deferiti all’autorità giudiziaria, dovranno rispondere dei reati di bancarotta fraudolenta patrimoniale e documentale.

Con il provvedimento di sequestro emesso dal gip di Roma le Fiamme Gialle hanno sottoposto a sequestro, oltre al lido, un ristorante, alcuni conti correnti e numerose quote sociali.

Ostia: Faber Beach sotto sequestro é stato pubblicato su 06blog.it alle 11:49 di giovedì 31 ottobre 2013. Leggete le condizioni di utilizzo del feed.










Sangue al Pigneto, un uomo ferito

Un uomo è rimasto ferito ad una gamba e trasportato al San Giovanni dal 118. L’agguato al Pigneto, in via Ascoli Piceno nel tratto tra l’isola pedonale e via Perugia.

E’ ancora giallo sull’episodio. Alcuni testimoni parlano di una colluttazione con un altro soggetto, che poi sarebbe stato visto scappare sanguinante in direzione di via l’Aquila.

Sono state rivenute infatti tracce ematiche lungo via Ascoli e sullo scalino di un portone. Sul posto è intervenuta la Polizia che sta cercando ancora di ricostruire quanto accaduto.

La ferita da taglio alla gamba, sarebbe stata causata probabilmente da un coltello. A chiamare sanitari e polizia alcuni cittadini che hanno visto l’uomo in terra sanguinante.

Sangue al Pigneto, un uomo ferito é stato pubblicato su 06blog.it alle 11:31 di giovedì 31 ottobre 2013. Leggete le condizioni di utilizzo del feed.










L’infinita ripavimentazione dei sampietrini nel Tridente

Mesi di lavori senza sosta per la ripavimentazione manuale dei sampietrini nel Tridente. Sicuramente sono belli da vedere, ma sono così necessari in ogni vicolo?

Ve ne siete accorti tutti, le strade intorno a piazza di Spagna sono da mesi un cantiere a cielo aperto, senza sosta. Il restyling del Tridente procede e dovrebbe essere completato entro l’anno.


Ne abbiamo scelta una, di strada, per seguire da vicino le varie fasi del lavoro, come esempio di quanto sia faticoso questo lavoro: Vicolo delle Orsoline.


La viuzza è bella ed elegante. Una piccola via Margutta, senza uscita, incorniciata dall’edera e dalla musica dell’adiacente Conservatorio di Santa Cecilia. Per rifargli il manto sampietrinato c’è voluto più di un mese. Per due volte il vicolo è è stato allagato.


Scorci veneziani suggestivi, è vero, ma la causa è stata per due volte la rottura di un tubo dell’Acea, dovuto all’asporto dei vecchi sampietrini con la piccola scavatrice.


La posa è stata meticolosa e manuale. Con grande impiego di uomini e mezzi. Si lavora spesso anche di sera o nei festivi per recuperare il tempo sulla tabella di marcia. Il risultato è anche esteticamente molto bello.


Tanti i disagi per gli abitanti e i commercianti della zona. Nel portare a termine l’operazione di l’amministrazione comunale avrebbe in teoria ascoltato le osservazioni e le richieste dei cittadini, con particolare attenzione alle esigenze delle persone disabili.

Tuttavia molto spesso (e non poteva essere altrimenti) tratti di strada vengono chiusi del tutto ai pedoni (non senza polemica) ed i residenti devono adattarsi a camminare sul cantiere, tra sabbia e passaggi improvvisati.


Senza rilanciare la polemica su sì/no sampietrino (che altrove fece e fa sfracelli, in tutti i sensi..) e pur comprendendo la tradizione e il fascino della pancia argentata del sampietrino (o sanpietrino) romano, resta qualche perplessità su certi evidenti controsensi. Eccone alcuni:

Se i sampietrini sono più eleganti, infatti, perché via Condotti (che dovrebbe essere il fiore all’occhiello del Tridente) è asfaltata illo tempore? E poi, dato che la posa è così faticosa non sarebbe il caso di renderla esclusivamente pedonale (come di fatto dovrebbe essere)?

Come mai via Vittoria, via Belsiana o via Mario de Fiori continuano ad essere percorse da traffico pesante? E i motorini, anzi peggio, gli scooteroni? Come possono parcheggiare dove vogliono sfasciando di fatto i lati delle strade appena rifatte?

Peggio ancora: possibile che nemmeno il tempo di posare l’ultimo sampietrino è già si tirano via per riparare qualche nuova magagna sotterranea?


Insomma, a qualcuno viene il rispettabile sospetto, che dietro tutta questa fatica ci sia una consapevolezza che tale manuntenzione permetta sempre un sicuro impiego di tanto denaro? Quanto costano, infatti, interventi del genere?


Comunque per la fine dell’anno dovrebbero terminare tutti i lavori: In via Bocca di Leone (tratto via Vittoria – via della Croce); via Belsiana (tratto via Vittoria – via della Croce); via Mario de’ Fiori (tratto via Vittoria – via della Croce); via della Croce; vicolo del Lupo; via Vittoria; appunto vicolo delle Orsoline; via dei Greci; via di San Giacomo; via di Gesù e Maria; via Laurina e via della Fontanella.

by @RondoneR – Foto | © by Rondone®

vicolo orsoline sampietrini

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L'infinita ripavimentazione dei sampietrini nel Tridente é stato pubblicato su 06blog.it alle 10:53 di giovedì 31 ottobre 2013. Leggete le condizioni di utilizzo del feed.










6 zero: il “supertiro” di Holly e Benji nel palazzo dei Domenicani

Guardate con attenzione questa foto. Notate qualcosa di curioso? C’è un bizzarro particolare che non può sfuggire a chi giocava a pallone per strada…

Esatto. C’è un pallone incastonato nella grata che chiude la finestra proprio sopra la porta del palazzo dei Domenicani, accanto alla basilica di Santa Maria sopra Minerva.


Immagino cosa sarà successo quando è stato scoccato il “supertiro” che è andato infilarsi in quell’incrocio di sbarre. Sicuramente il modello doveva essere questo…

6 zero: il "supertiro" di Holly e Benji nel palazzo dei Domenicani é stato pubblicato su 06blog.it alle 21:06 di mercoledì 30 ottobre 2013. Leggete le condizioni di utilizzo del feed.










Guidonia: un’iguana a guardia della cocaina

A Villalba di Guidonia c’era un’iguana che faceva la guardia alla cocaina. Arrestato un giovane di 23 anni. Nella propria abitazione, oltre all’esotico animale, aveva tutto il necessario per il confezionamento e il taglio della droga.

Una iguana. Chiusa in una gabbia con la cocaina. l’antifurto escogitato dal 23enne di Villalba di Guidonia per nascondere la propria attività di pusher.

L’operazione è stata condotta dal commissariato di Tivoli nell’ambito dei controlli del territorio della Città dell’Aria predisposti dal questore Fulvio Della Rocca.

La perquisizione domiciliare ha scovato tutto il necessario per il confezionamento e il “taglio” della droga, nonché denaro contante, frutto dell’attività di spaccio, oltre, ovviamente, alla cocaina. Il ragazzo è stato arrestato per detenzione ai fini di spaccio di sostanza stupefacente.

Guidonia: un'iguana a guardia della cocaina é stato pubblicato su 06blog.it alle 18:12 di mercoledì 30 ottobre 2013. Leggete le condizioni di utilizzo del feed.










Sesso in metropolitana a Roma. Sarebbe davvero uno scandalo?

Anche se non fosse una bufala non sembra tanto oscena. Perché Roma fa schifo ci ha abituato anche a peggio. Un vagone della metropolitana della linea B di Roma con una scena di “sesso” (in mutande?) immortalata in viaggio.

Eppure l’immagine di Roma fa schifo è già diventata virale. Decini di siti l’hanno ripresa discutendo della sua veridicità. Abboccando quindi comunque all’esca presunta. Perché l’essenziale è che se ne parli, e che il traffico aumenti.

Del resto cosa ci sarebbe di scandaloso? Risky Business lo metteva già sugli schermi del cinema anni ‘80, con Tom Cruise ed una colonna sonora da brividi…

Sesso in metropolitana a Roma. Sarebbe davvero uno scandalo? é stato pubblicato su 06blog.it alle 17:12 di mercoledì 30 ottobre 2013. Leggete le condizioni di utilizzo del feed.